Queste palme rendono

“Studia e cambia pure personaggio che ti fai antico. Io passo dal sacro al profano, dal riso al pianto, dal casto al porco… Il giullare fa questo, salta, cambia, non si cristallizza”. Non lo conosco, ma è uno che parla di me, mentre poco fa ritorno in lungomare per la gioia delle persone che nel mio vento ritrovano il soffio che li appartiene. Cadono monete di gioia giá senza posare l’ arco alla corda e ritrovano alcuni lo stupore semplice del mio ritorno. Alle parole sulla politica il signore dirige le sillabe con la ritta e con la manca mantiene la sua bicicletta col capo ad annuire, abbassato sull’ asfalto ricoperto di un velo di sole. Pure il piccoletto, è ricurvo in se stesso, non guarda i passanti, insofferente muove la bacchetta sulla mia musica, è tutto stuorto, non alza la testa, difende il suo soffio negli occhi, col vento che tenta di farlo cadere. Quando la cassa dice: “io esco pazzo p’ ‘a pizza!”, mi ritrovo il padre di Sorbillo che mi guarda, gli sorrido, sorride mentre va via quando la cassa continua: “se ‘a pizza nun lievita, lievate ‘a miezo!”. Il plettro si incaglia, scopro di poterlo affilare strofinandolo sul pantalone, cosí ripiglia il tremolo, le dita dimenticano le posizioni e vanno alle note rallentando sopra l’ orecchio, poi ricordano i disegni e le quattro gambe ballerine ritornano ai loro passi. Il cantautore Felice Romano m’ illumina al sorriso, con lui non c’ è bisogno di parlare, ci s’ intende cosí, per le piane diversità dentro alle stesse note. Se ne va al borgo come carezza e scopro che un signore mi sta ascoltando sopra il muretto da due ore. Io questo faccio, cristallizzo il magma dei passanti, stratifico il tempo sopra di me, sognatore, pensando che la mia maschera possa un giorno farsi antica. Queste palme rendono, chiudo la cassa e ritorno a casa con la gioia del pensionato e incontro il genzaro che se ne va pittorico sopra il motorino, col suo cilindro pieno d’ aglio e corni, la sua figura giustifica la mia esistenza,  ridicolo sopra la ruota per la felicitá dei passanti, satisfatto di essere tornato ad essere, secondo la mia ignoranza, ottuso di quanto il mondo mi ha insegnato, leggero sopra una gravitá che s’ illude di tenermi a se, cosí com’ io m’ illudo d’ esser soffio.

(Piermacchié, 25 Marzo 2018)

Simmo ‘nu popolo ‘e sfaccimma e tu si’ ‘o nummero uno!

“Staie perdenno ‘a capa tu e chist!”, dice Loredana della Garbatella mentre parto per via Toledo. Mi aveva visto parlare col piccoletto: “vai piano, non mi far cadere”. Dal balcone la signora della munnezza urla qualcosa ed io: “statte zitta e fa’ ‘e servizie!”. Questo posto a via Toledo pare buono, non ci sono negozianti che protestano dopo 2 ore di musica, forse perché i dipendenti stanno sempre dentro. Pasqualino che vende i corni, con due parole seda due piccoli scocciatori, mi difende e mi dà pure una mancia, i piccoli dei quartieri mi salutano e vanno via. Turisti ballano alle mie melodie, il tipo ancora mi chiede di cambiargli i soldi di carta, ho un sospetto e poi sto lavorando, non posso perdere tempo. Il cantautore Marco Francini mi sorride e mi consiglia di andare dalle sue parti, a via Scarlatti.Un plettro tagliato a punta, inserito nell’ anello, funziona, dopo anni di studio si è rivelato d’ improvviso in pochi secondi. Lo avevo già sperimentato anni fa, ma non funzionava, si incagliava. Grazie alla sperimentazione dell’ uso dell’ unghia e poi dell’ unghia finta per finire al plettro attaccato sul dito col biadesivo, ho scoperto la semplice soluzione che avevo sotto agli occhi, ma che senza gli altri anni di prove non avrei mai potuto capire. Bastava appuntire la punta e inserirlo nell’ anello e l’ anello al dito facendo risultare la punta corta. Schizzichea, ma resisto e resiste il tempo. Placido vuole ascoltarmi, si lamenta nel suo carrozzino quando la mamma lo porta via dopo avermi detto che il piccolo si ricorda sempre di me. Passa Roberto Fico, mi sorride, c’ è il sole, si sarà ricordato di me quella volta nella scuola di musica delle sorelle Siracusano in galleria, facevo il mandolin bar. “Sei di Napoli? Simmo ‘nu popolo ‘e sfaccimma e tu si’ ‘o nummero uno!”, mi ha esclamato un anziano signore d’ improvviso, quando stavo fuori alla banca di via Toledo e li, due vigilesse inesperte mi hanno chiesto di spostarmi, poiché quella fetenzia era una struttura storica. Ma è questa infondo la città, incoerenza, regole incostanti e leggi mai attuate improvvisate al momento, perché alla destra della banca rimaneva comunque quello dei ritratti. Giacomo Rizzo stavolta mi saluta: “salve”. Federica Giordano passa con una scia di turisti dietro di se, parliamo a facce, io le dico: “wa tutta ‘sta ggente appriesso a te?” e lei: “hai vist?”, da lontano, senza dire una parola. La mandolinista Elvira Vitagliano mi saluta con stima, Rosario Aurilia mi rivede dopo molto tempo, dice che è sempre un piacere vedermi. Forse sto esagerando a fare 4 concerti in un posto solo e dalla pizzeria verace Biagio Manna mi viene incontro, lo vedevo un poco stancato dai miei suoni ma dice che ha fatto sempre teatro e che ha capito che io pazzianno e ridendo faccio filosofia sopra la musica. Claudia Florio rieccola, il figlio è cresciuto al punto tale da saltare ballando, con la faccina puntata verso il mio piccoletto. Antonio di Loredana della garbatella mi offre una frittatina ‘nzevata al palato, lavora da ‘o zuzzuso, allora gli chiedo: “ma la signora del vico, che mi dice che non devo buttare la munnezza nel contenitore vicino casa manco dopo le 20:30, è scema?”, mi rassicura che non sto sbagliando io. La signora che rovista nella munnezza mi dice che devo stare attento ai soldi per terra, che me li possono rubare, me lo dice anche mamma. Ma cosí come chi ostenta ricchezza viene ammirato e  rispettato, così la vista del mio piccolo tesoro mi rende prestigioso e non pezzente ai passanti. Il vecchio che mi ha consigliato di mettermi a via Toledo sta seduto immerso nei suoi quadretti, è un pittore, si chiama Ciro. La domenica mattina mi pare di vedere passare un altro tipo di gente, più provinciale, che si comporta come i turisti, tutti sono più spensierati, felici di buttare monetine, facili al riso e al sorriso. Passa Angelo Vacca, mi dice che mi deve fare ascoltare un suo valzer. Fabiana era la mia ispiratrice ai tempi dell’ istituto d’ arte, le scrivevo poesie in neostilnovo e un giorno la vidi in televisione: “anche tu donna di schermo…”, che per Dante significava un’ altra cosa, la donna dello schermo era quella che lui fingeva di guardare mentre sott’ occhio corteggiava l’ altra, era la donna che schermava l’ altra donna. Ero così timido e fuori dal mondo che uscire con lei mi risultava impossibile. La vidi allo schermo, ad Avanzi popolo, bionda, faceva la valletta. Ma quello che si può realizzare nella vita a volte è l’ impossibile dell’ impossibile, perché lunedì sono stato a mangiare la pizza con Lino D’ Angió, l’ ideatore e il conduttore di quella e di tante altre trasmissioni comiche napoletane. Abbiamo parlato come due colleghi, non ostentava superiorità, mi sentivo più normale a parlare con lui che con gli amici che a quei tempi ripetevano le battute delle sue trasmissioni. Mi ha fatto delle imitazioni dei suoi personaggi durante i ragionamenti sul cambiamento dei tempi, sull’ arte, che può rivelarsi dopo una forte crisi, sul fatto che non riesce a sapere più chi è intelligente e vedere che in giro non ci sono valori su cui posare la mente, che la televisione una volta ti cambiava la vita, il guaio poi, di chi precorre i tempi e non viene considerato, quando poi chi dopo tempo copia e viene ben valutato, tutto questo mentre l’ olio buono nutriva il sapore di una pizza che non lasciava la poesia come quella di Sorbillo ai Tribunali, che non imprimeva il sapore d’ antico come quella della trattoria Cilea, ma era buona. Dalla prima pizzeria del mondo sotto port’Alba andiamo da Peppe spritz, parliamo con lui e poi ognuno a casa sua. La sera c’ è Grazia che mi mette i cioccolatini a forma di cuore nel bauletto, poi la pizzeria verace non ce la fa più a sentirmi e mi sposto a palazzo dell’ ovo, hanno ragione, ho fatto 3 concerti e passava poca gente. Fuori al palazzo c’ è mio cugino Angelo, ce ne andiamo insieme e facciamo un’ altra partita a pallina. Il giorno dopo Alan De Luca mi incontra allo stesso posto, mi elogia e mi pare strano, tutte le personalità di televisione e teatro invece di disprezzarmi perché mi esibisco in strada, mi esaltano e mi stimano. L’ 11 mi metto di nuovo da Enrico che vende gli abiti sul marciapiede di piazza Trieste e Trento. Si è perso 3 o 4 fasi, l’ ultima volta da lui cantavo le macchiette irriverenti, avevo il cilindro e la mandola e non avevo ancora figli: “Enrí te do’ fastidio?”, e lui: “no”, poi diceva alla gente che io ero un grande artista. Mentre suono con la testa abbassata mi sento toccare il braccio, mi volto, è proprio come un’ amica, il suo sorriso sapeva che avrei esultato nel rivederla, muove la mascella slogata come il nonno, come fosse lui un mio amico, ed io un Viviani da strada, magari ci eravamo visti l’ altro giorno coi de Filippo. Le dico: “tuo nonno mi rende la vita una favola”, Elena è felice, mi saluta e va via. Io con la pelle d’ oca dico ad Enrico e all’ amico che stavano parlando di me: “ma tu hai capito chi era? Era la nipote di Totò!”, e loro, indifferenti: “l’ hai fatto tu il pupazzo?”. Anche il giorno dopo ritorno da Enrico, poi mi metto fuori alla galleria dove passano miseria e turisti, alla fine del concerto un signore mi chiede: “ti piace fondente il cioccolato?” io annuisco durante le arcate del pezzo sul cinese, poi Salvio Amato, direttore dei locali, esce da Gay odin e mi porta un cioccolatino, poi me ne prende un altro con la strega dentro. Mi dice che gli piace molto quello che faccio e che sono fuori dal tempo. Al mattino ero stato fuori alla metro di Toledo e mi aveva fatto la sorpresa Eli, ieri avevamo litigato, non succedeva piú da tempo. Appena il sole mi aveva preso in pieno non si fermava più nessuno, fu in quel momento che me ne andai da Enrico, dopo aver salutato Carmine Borrino. Il giorno dopo comincio da li, sotto ai tubi innocenti che vennero messi dopo la morte del piccolo Salvatore, innocente di passaggio quel giorno, quando gli caddero addosso i calcinacci della galleria al posto mio, che quel giorno non scesi. Mi sposto a santa Chiara dove alla fine arriva Puffo a montare dopo di me. Poi vado da Claudia del baule volante a san Gregorio Armeno e mi ritrovo a girovagare per la città, il posto fisso più di un’ ora va bene solo a piazza Plebiscito e al borgo marinari. Una lezione questa, per capire una buona volta che devo fare il tour giornaliero e che montare e smontare l’ esercizio per 4 volte fa parte del mio lavoro. Smonto e rimonto più sopra dopo Ferrigno, per Francesco Andoli che mi fa un video in diretta. La ragazza bionda, la riccia dei pastori, dice che ormai sono diventato un’ istituzione. È il 13, dopo il video passo da Ippolito, mi rivedono dopo mesi, Carmine, il palleggiatore di pallina da tennis mi dice: “quando ce la facciamo una partita a pallina?”. Io spalanco gli occhi e le ciglia, non vedo l’ ora. La mattina mi ero messo a piazza del Gesù, sotto al sole, quando Ferdinando Kaiser mi ha fatto le foto. La gente passa e non si ferma, io comincio a bruciare e mi metto sotto all’ obelisco. Passa il violista Marco Traverso, dice che sono uno spettacolo, poi coso mi saluta, gli chiedo di farmi la foto col mio cellulare, lui non ha un cellulare e non la sa fare, mi chiede un’ altra volta  se gli faccio conoscere una ragazza. “Bucchin, hai capito come funziona!”, mi esclama un venditore di accendini con un grande sorriso, dopo una faccia stranita come i cani che girano la testa nell’ imprender cosa nuova, nel vedere il piccolo guidare la ruota. Venivo da via Chiaia ieri, dove avevo tenuto un concerto fuori al Metropolitan. Prima però mi ero messo sotto al viale alberato perché si stava bene all’ ombra, pensavo che se l’ ambiente condiziona l’ umore e i desideri delle persone, allora stavo bene li, ero fatto per quel posto come Angelo Vacca e un suo chitarrista, ma quello della tabaccheria non mi ha fatto manco finire il primo pezzo che mi ha chiesto di spostarmi perché rimbombavo. Allora le donne che stavano li fuori a sentirmi suonare il valzer “Questa è la vita”, hanno dimostrato tutto il loro dissenso: “era l’ unica cosa buona!… il bambino stava ascoltando… non compreró più le sigarette da voi!… che gente!”. Lo hanno fatto una munnezza per via mia. Io gli ho augurato buon lavoro e mi sono messo al solito posto quando la signora mi sorride, mi porge un euro ed io le dico: “no signora, la ringrazio, ma preferisco che lei non compra più le sigarette, che fanno male”. Mi prendo l’ euro. Avevo cominciato fuori al palazzo Zevallos dove Marco Fusco già era pronto ad ascoltarmi. Ieri mi aveva detto che stavo in un quadro di Silvio Frigerio in una mostra a via Croce. “Hai fatto ‘a panza, t’ ‘e mettere a dieta”, diceva la cassa e lui sorrideva mostrando il suo pancione. Poi me ne ero andato all’ inizio di via Chiaia dove Diego Petruz mi ha offerto un cappuccino, come quella volta sul lungomare con quel gelo inenarrabile. A piazza Trieste e Trento non mi metto fuori da Enrico, ma vicino al caffè del professore, Enzo Gragnaniello mi saluta col sorriso. Tenevo tutti i turisti addosso, cosa che da Enrico succede molto piano, come cambia un mondo in pochi metri. Il tenore del san Carlo Mario Thomas mangia un gelato al caffè, mi ammira durante la sua pausa. Mi fa notare che il piccolo col suo pastello sembra suonare il violino, questo accade quando lo metto di faccia al pubblico e il suo braccino gli si muove addosso di conseguenza, se lo metto con la faccia verso di me, si capisce meglio che dirige. Sono lievissimi particolari che fanno la differenza, come posizionare la cassa nella giusta posizione dietro di me, come la giusta distanza che deve avere il plettro dal polpastrello, la giusta distanza da chi ti vuole dare fastidio. Finisco con la cassa che si scarica e faccio sentire a Mario il peso del tesoro appena guadagnato. Gli dico: “sono cento… ottant’ euro”. Erano 81 euro. Stamattina mi sveglio con Eli e me la rivedo a sorpresa a via Toledo, mi imbocca un cornetto dolce come lei, mi regala una sfogliatella. C’ è Enzo, mi dice che ieri era andato a giocare i numeri in quella tabaccheria, mi mostra il biglietto, incredulo aveva visto il tabaccaio sbraitare: “chist m’ ha rutto ‘ o cazzo!”. Prima di stare a Toledo mi sono messo vicino al caffè del professore per le 10 e qualcosa ma la situazione era strana, c’ erano i turisti, peró non si fermavano come ieri. Mentre comincio ad avere troppo caldo capisco la matematica della situazione. Il problema è il sole. Se il sole dà fastidio a me, dà fastidio pure ai passanti che cercano l’ ombra. Difatti a Toledo con l’ ombra ho cominciato a lavorare bene. All’ una meno un quarto evito di farmi mettere altre monete, chiudo la cassa e me ne vado a mangiare da mamma, papá e mia sorella.


(Piermacchié, 15 Ottobre 2017)

Dopo il letargo

I doveri degli altri, le loro insofferenze, i volti bassi e quegli occhi di sotto ai sorrisi. Una tristezza lieve respira attraverso piazza Trieste e Trento, il silenzio di chi cammina è sempre amaro per insoddisfazione, di malinconia nel pensiero dei morti, del pessisismo del lavoro, della vecchiezza nelle espressioni. Ricomincio dopo due mesi di letargo a piazza Plebiscito, al posto di Alfredo Imparato, quella volta che ammirai accarezzare quel volgare strumento che vibrava la semplicitá di una nobile insofferenza e mi decisi a comprarlo. Dietro c’ è l’ ultima impalcatura per pulire Ruggiero il normanno, Chiara Isernia e i colleghi del restauro hanno sbiancato Carlo D’ Angiò e quegli altri che adesso sembrano appena scolpiti. L’ amico Cavallini mi viene a salutare, mi parla sulla spalla per 5 minuti e mi dimentico le note da dire, allora butto un allucco. Viene il mio taxista Ciro bruno, a spasso col cane di nome Bruno, mi fa molte belle foto come Eli, che invece è la mia tassina. Marco, il mio vigile personale mi passa Tiziana al telefono, la madre sta per divenire saggezza assoluta dell’ universo. In piazza c’ è il sole ma poca gente, cosí me ne vado sotto al san Carlo. Le cose migliorano, due vigilesse mi fanno cenno di abbassare il volume, fanno i fonici della strada. Passa radio no frontiere Napoli, mi fa foto e un video. Ragazzine mi fanno intervista con la telecamera, “la musica è il mio respiro quando la suono, quando si ascolta è droga d’ orecchie”. Lo scannetto sta venendo meno e la ruota di dietro se ne scende, la catena si teseca troppo e si spezza quasi. Regolo i bulloni fuori ai cavalli di bronzo e poi vado da Filippo che mi aggiusta tutto con due movimenti. Sono mesi che penso ad una nuova sistemazione, un monoruota elettrico con sella e manubrio e carrello della spesa con baule a traino. La ruota ideale la fanno ad Hong Kong, ma forse è piú affidabile comprarmi wheelo da Amazon, è piú piccola ma è piú leggera e ha 50 km di autonomia. Era il 13 febbraio e il 5 Eli mi ha accompagnato al premio la fescina dove ho accennato la 5° e cantato a manviolino. “quanti piscioni hai visto tu?” chiedevo alla presentatrice che mi domandava chi fossi. Poco prima Lino D’ Angiò mi diceva che quello è l’ atteggiamento giusto per essere artista, non affannarsi alla ricerca ossessiva del successo, anche Alan De Luca mi scriveva che basta fare quello che ci piace fare, perché nelle ultime cose che scrivo c’ è la voglia di non diventare nessuno, ma di essere solo monumento e cartolina per i passanti. Diventare celebri è una malattia, inutile spreco di una vita per sentirsi al di sopra degli altri quando si è sempre e comunque al di sotto del tutto. Non poteva crederci Lino che non me ne stavo in strada a lavorare e che per 2 mesi mi sono chiuso in casa, ha scoperto anche lui dove vado in inverno quando ha esclamato: “ma allora vai in letargo!” Eli sempre con me, io sempre con lei, un mio albero cresce a casa sua mentre quello di casa mia forse sta per mettere le foglie. Lei mi fa un bel video ieri al piccolo del Bellini mentre canto: “Con Lisa non s’ aíza”, dove lei è la donna che veniva da me. Cosí il motorino mi riporta dentro casa e proprio li, riparato dal freddo e dalla fatica, il motore si stacca e tutto ricomincia da capo. Il motorino è ormai arrivato, ha fatto il suo tempo, i meccanici dicono che è incredibile che l’ abbia fatto durare 5 anni, ma se gli acconcio una cosa e se ne scassa un’ altra, gli acconcio un’ altra e se ne scassa quell’ altra, vuol dire che finalmente posso abbandonare quella fatica di scenderlo e salirlo sulle scale. Con Eli al Bellini a vedere Frankensteine ‘o mostro, in ritardo, non sapevo iniziasse alle 21, allora chiedo uno sconto ritardo e me lo accettano anche perché felici dei miei totaretti di spiccioli a 5 euro l’ uno. Bellissimo musicol nella calda atmosfera dei velluti dell’ antico, per la comicitá di questi, la musica, le maschere dei loro visi, posteggiatori tristi. I versi di Ivan Virgulto mi hanno fatto subito ridere, quella volta schiattammo a ridere a quella posteggia assieme ai zampognari. Un bel pacchero di gragnano ai frutti di mare dopo la pioggia, lo spettacolo e il freddo, lei ha fatto il sugo, io incremato la pasta.

(Piermacchié,18 Febbraio 2017)

Pulcinella e Totó

“A chi ti ispiri?” mi chiedono due ragazzi in motorino senza casco mentre pigliavo l’ aria del lungomare in corsa per salire a piazza Plebiscito. “Alle vecchie maschere, Pulcinella e Totò”. Felici di aver capito mi salutano, mi sorpassano e vanno via. Mi avevano chiesto se facevo questo perché non c’ è lavoro o solo perché mi piaceva. Gli avevo risposto che rifiuterei ogni altro tipo di mestiere e che senza passione nunn ascevo accussí cumbinato. Appena arrivo all’ entrata del borgo i lampioni sono spenti, mi domandano perché, rispondo che non ho pagato la bolletta. Dopo mezzo spettacolo si accendono le luci e tutti possono cecarmi meglio. Il bibitaro di ieri viene verso di me con l’ aspetto di amico, mi dice che i lampioni li ha accesi lui. Così mi fa vedere, va dietro al muretto e spegne il borgo, poi lo riaccende come fosse il salotto di casa sua. Quando me ne vado gli chiedo: “astuta nu poco ‘sti luci, ia” la parola “ia”, che significa “dai”, è un rafforzativo che serve a dare un tono confidenziale alla frase. Poi gli dico che a Napoli facciamo tutto noi, inventiamo le nostre leggi, accendiamo pure le luci della città fin quando non arrivano i vigili e si portano ‘o bancariello. Lui sorride con tutti i denti, ha capito che ho capito e questo basta, alle persone del popolo per essere felici. Lui e la moglie adesso vendono le bibite dentro a un carrello del supermercato con tanto ghiaccio dentro, ieri gli hanno sequestrato il carretto. Ho inserito una mia nuova musica dalla canzone “Giovanna”. Penso di fare uno spettacolo con solo pezzi miei, strumentali, canzoni e macchiette. Nel pentolino un bigliettino: “you are a very talented, very interesting”.

(Piermacchié, 25 Giugno 2016)